Recensioni

Movie Time: Big Eyes

Ciao cari crostacei, oggi voglio parlarvi di un film che ho appena finito di vedere: Big Eyes.

Il film racconta la storia vera di Margaret Keane, una pittrice famosa per ritrarre i soggetti con degli occhi più grandi e sproporzionati rispetto al resto del viso. Trovatasi da sola e divorziata, con una bambina da mantenere, Margaret decide di affidarsi alla stabilità economica di Walter Keane, un pittore, che da subito nutre interesse nei suoi confronti. Essendo intorno agli anni 60, Walter la convince a spacciare i quadri a nome suo, in quanto le donne non venivano prese seriamente nel mondo artistico. Inizia così la strumentalizzazione alla quale viene sottoposta Margaret: costretta a dipingere senza godere del suo meritato successo, ma anzi intimidita dalle minacce di frode e maltrattamenti. Solo nel 1970, Margaret, riuscirà a trovare il coraggio di uscire da quella prigionia psicologica e dire in una trasmissione radiofonica la verità.

Il film è uscito nel 2014, diretto da Tim Burton e bisogna dire che si nota fin da subito, mentre ad interpretare Margaret Keane, troviamo la bellissima Amy Adams, che ricordo sempre nei panni della canterina Giselle di “Come d’incanto”, mentre il marito Walter è interpretato da Christoph Waltz.

Durante la visione il mio cervello ha iniziato ad elaborare quello che stavo guardando. Mi sono chiesta quante volte capita che una donna senta il bisogno di affidarsi ad un uomo? Quante volte ho sentito dire o io stessa ho detto “Grazie a lui…”, come se da sole non ce l’avremmo fatta, come se non riconoscessimo fino in fondo i nostri meriti. Non voglio scendere in polemiche di genere, ma siamo sinceri, agli uomini capita meno.

Ero lì, guardavo questa donna e la capivo. Capivo il modo in cui si sentiva, la trappola nella quale era finita e che lei stessa aveva contribuito a creare, perchè si ci si intrappola spesso da soli. La fragilità dopo un divorzio, un periodo di depressione, un lutto, portano a cercare appoggio spesso proprio nelle persone sbagliate. Magari i segnali ci sono tutti, lei sapeva che il marito si spacciava per l’artefice dei quadri, ma non ha detto nulla. Certo ora è facile criticare, ed anche io mi sono arrabbiata con Margaret all’inizio, pensavo “Cavolo, non lo vedi? Non capisci che ti sta sfruttando? Che è un pazzo?”. No non lo capiva o meglio, forse lo capiva anche, ma come poteva uscirne? Ci sono situazioni che sono più grandi di noi, più grandi di ciò che possiamo sopportare o gestire e probabilmente questa per lei era una di quelle. Fissavo lo schermo e l’avvicendarsi delle scene e la mia empatia cresceva sempre di più, fino al finale dove ero sinceramente contenta per lei, per la sua vittoria in tribunale, ma specialmente per la vittoria personale. Lei lì ha ritrovato la sua identità, la sua persona.

Durante il film le chiedono, ad una mostra dei “quadri del marito”, se anche lei dipingeva e risponde “Non lo so”. Ecco a voi non è mai capitato di amare tanto qualcuno da non riconoscere più i confini della vostra personalità da quelli dell’altra persona? Capita un po’ in tutte le coppie di “mescolarsi” ma trovo che sia bene avere sempre chiari i confini. Il rischio sennò è quello di perdersi nell’altro, di essere inglobati o forse ancora peggio derubati. Margaret Keane è stata derubata, ma non dei quadri, non del successo, no. Per me è stata derubata dei suoi pensieri, delle sue emozioni. L’arte rappresentava il suo modo di esprimersi, era la rappresentazione fisica della sua stessa personalità, di quel mondo che nasce in ognuno di noi e che deve rimanere nostro, anche se condiviso.

Auguro a tutti la visione di questo film perchè lo ritengo molto più profondo di quanto si possa pensare. Spero inoltre che abbiate sempre cura dei vostri confini.

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